Lettera del parroco

Carissimi,
come anticipato nelle omelie del giorno dell’Assunta, vorrei provare ad articolare una riflessione su tale dogma (la madre di Gesù al termine della sua vita terrena entra nella gloria del cielo in corpo e anima), avendo come paradigma la dimensione umana e cristiana del “corpo”.

Comincio con una provocazione di un noto romanziere, Jules Romains, che nel suo scritto “Il Dio dei corpi” afferma che il corpo umano è tale perché in esso risplende la presenza di Dio.

S. Paolo parla del Dio dei corpi allorquando nella Prima Lettera ai Corinzi dice che noi siamo, i nostri corpi sono le membra di Gesù Cristo, che i nostri corpi sono tempio dello Spirito Santo (cfr. 1 Cor 6,15.19).

A mio modesto parere è necessario meditare su questa armonia per comprendere l’Assunzione, per entrare nella luce di questo mistero, spesso fatto oggetto di caricature anche da parte dei cristiani.

Nell’Assunzione, come in tutti i dogmi, c’è una saggezza, una profondità, una ricchezza d’esperienza umana incomparabile. Ogni dogma esprime l’incarnazione di Dio nell’uomo, fa brillare il fulgore del divino nell’umano. E quando non si dovesse vedere la dimensione umana che cresce in noi mediante il Vangelo, non si vede nulla e non si coglie alcunché.

Proverò a rintracciare questa unità dell’uomo in Dio, quasi un irradiamento del mistero dell’Assunzione, attingendo soprattutto a una lettura cristiana dell’antropologia.

La prima constatazione ruota attorno all’evidenza che l’uomo non è mai fatto tutto completo: è una possibilità. Un bambino è un fascio di possibilità infinite, ma non ancora del tutto realizzate. Bisognerà che scelga e compia secondo le sue capacità.

Noi, dunque, dobbiamo formare il nostro corpo, modellarlo, imprimergli il volto di Dio, liberarlo da tutte le forze oscure (cosmiche e umane) per dare consistenza alle nostre possibilità trasfigurandole e così entrare nello slancio verso l’Amore eterno. Senza cadere, però, in una sorta di neo-pelagianesimo, eresia secondo la quale “l’individuo, radicalmente autonomo, pretende di salvare se stesso” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera “Placuit Deo”, n.3 del 22.02.2018).

Ed è proprio qui che ritroviamo il mistero dell’Assunzione. Comprendiamo che più un essere si elèva, più si interiorizza, più impasta il suo corpo di luce e di grazia, più Dio risplende nella sua carne, e ancor di più risulta vincitore della morte. In altre parole, viene attratto nello slancio armonioso verso Dio che è in lui.

L’uomo riscopre così di non essere creato per azzardo, ma è segnato in profondità dalla chiamata della presenza divina, polo verso cui convergono tutte le aspirazioni umane.

È evidente che un essere più si libera da tutte le strutture che lo asfissiano, meno è vittima della morte. Più l’uomo va incontro al Signore, più il suo corpo respira interamente la presenza divina. Nel caso di Gesù Cristo e di sua madre, la morte non significa più nulla.

In Maria come in Gesù, in Maria in dipendenza da Gesù, in Maria perché interamente grembo di Gesù, in Maria perché la sua carne è fiorita in noi donando il Cristo…in lei tutto è vita.

La morte non può raddrizzare nulla, non può purificare nulla (a differenza di quanto avviene negli uomini), perché in lei tutto è già rivestito della chiarezza di Dio, in lei tutto respira di vita eterna.

E se ella muore, come Gesù è morto, non sarà una morte deperibile, non sarà una morte di corruzione, una morte dove l’essere si disfa.

Lei morrà, come Gesù, di una morte d’amore, che illumina la nostra e che ci aiuta a vincerla e a superarla. L’Assunzione, infatti, viene contrassegnata anche con il termine “dormitio Virginis”, secondo la quale Maria non sarebbe morta ma sarebbe caduta in un sonno profondo, dopodiché sarebbe stata assunta in cielo. Tale tradizione, di matrice orientale, si è sviluppata attorno al termine “koimèsis”, che ingloba il doppio significato di “morte” e “sonno”.

Tornando al nostro taglio specifico, si tratta di assumere la visione dell’uomo che ci dona il Vangelo per entrare nella risurrezione del Signore, alla quale S. Paolo fa illusione nel brano di 1 Cor 15,20-27 (seconda lettura dell’Assunta), come nella “Pasqua di Maria”, termine dal sapore evangelico con il quale si descrive l’Assunzione della B.V.M.

Mi avvio così alle conclusioni, nelle quali richiamo brevemente le ricadute dell’Assunta nella nostra vita.

Il cristianesimo ha un’idea perfetta, armoniosa dell’unità umana contrassegnata dal sigillo della carne glorificata di Gesù Cristo risorto, a tal punto da proporre l’Assunta come “segno grandioso” nel cielo che illumina la terra, della cui gloria i fedeli vogliono rivestire il proprio corpo.

Pensiamo, meditiamo l’Assunzione per comprendere un po’ meglio la nobiltà e la grandezza dell’uomo ammirando il tempio unico e incomparabile: il corpo umano, abitato dallo Spirito Santo, sacramento della Presenza divina.

Auguro a tutti ogni bene nel Signore.

p. Ettore